31 Dicembre 2011

Buon anno ragazzi

..un piatto di pasta, una birra, una sigaretta al davanzale della finestra, una grappa invecchiata per sciogliere il freddo barattato velocemente al posto del sano fumo respirato pochi minuti prima. Gauloises rosse, ovviamente, perché qualcosa di rosso non può non mancare. Ed ecco che cadono gli ultimi sassolini di una clessidra durata trecentosessantacinque giorni. Restano due ore e mezza circa prima di arrivare alla mezzanotte, e duecento pagine circa alla fine del libro che ho tra le mani. Il senso di vaghezza che risuona dalle parole resta l'unica costante. Io, a cena con la mia ombra, che la luce vibrante della candela rende più inquieta dei fili d'erba scossi dal vento. Sarà che questo è un giorno di bilanci e di resoconti, ma io voglio che sia solo un giorno di racconti. E così, lontano da ogni tavola imbandita, da ogni fiera di vanità, da ogni brindisi benaugurale, eccomi qui, ormai solo, ad essere libero di godere di questa anomala normalità. Una giornata qualunque che si trasforma in un gesto estremo, una sorta di ribellione adolescenziale dai capelli un po' ingrigiti. No, nessuna intenzione concreta di suicidarmi. Potete cenare tranquilli e rilassati. E poi potete ballare, far tardi e non dormire. Questa notte è troppo facile divertirsi. Preferisco concentrarmi sui giorni e sulle notti che verranno.

 
10 Luglio 2011

diario di un visionario

..tentacolari raggi di sole di cartapesta che disegnano l'ombra di una medusa sulla parete, con la complicità di una lampada appesa al soffitto insieme alle stelle di plastica che illuminano il buio della camera. Ciò che è difficile da capire è che può essere più eterna la luce di plastica che la luce di una stella vera, che anche se cade la puoi pur sempre raccogliere. E così manciate di desideri possono essere buttate giù dalla finestra sempre aperta nella torrida estate ai margini di un piccolo laghetto, in cui le anatre senza fissa dimora hanno gli stessi problemi migratori delle loro cugine del Central Park raccontate da Sallinger.

Central Line

Skyp è una parola inglese. Skyp è una parola che se non hai vissuto in Inghilterra non puoi conoscere. Mentre portavo fuori le macerie nei secchi di plastica da gettare nello skyp pensavo che quella sarebbe stata la prima parola che mi avrebbe distinto dagli altri al mio ritorno. Perché un ritorno doveva esserci. Non so se a qualcuno di voi sia mai capitato di lavorare con una squadra di muratori pakistani a servizio di uno con un turbante che somiglia ad uno sceicco e che abita in King Street a Londra, nel quartiere di Laytonstone. Penso decisamente di no. Quindi questa è una storia che non può essere già stata scritta. Mi chiamo D. e si legge "di punto". Questo nome me l'ha dato una ragazza mora alla quale mi è vietato avvicinarmi. La vita a volte ti mette di fronte delle persone che sono come pietre già incastonate nell'anello di qualcun altro. E quell'anello era al dito della mano chiusa a pugno che un giorno mi ha colpito la faccia. Decimo comandamento: non desiderare la donna d'altri. Il catechismo può risultare utile di tanto in tanto, ma come al solito siamo lì: si conoscono le regole e si fa di tutto per infrangerle. Ma torniamo a noi, o meglio a me, alla mia squadra di pakistani, al mio quartiere di Londra, e ad un'estate di più di dieci anni fa, quando D. si ritrovò solo, sperduto e senza un soldo nella più grande e caotica capitale dell'Europa occidentale. Ancora oggi, se ripenso a quella storia, stento a crederci, ma ci sono due cose che mi fanno ricordare come tutto sia accaduto per davvero: il testo di "black" scritto a penna su un fazzoletto e datato 10 Luglio 1999, e la foto dell'Evening Standard che mi ritrae davanti la casa di Lord Paul Ward, deputato tories al Westminster. Entrambi i reperti, fazzoletto e foto di giornale, sono chiusi nel cassetto dei ricordi insieme a mille altre foto, frasi, ritagli, fiammiferi, candele, e quant altro possa servire a ricordare gli episodi di trenta anni di vita. Oggi è il 10 Luglio 2011. Sono passati esattamente 12 anni da allora. E' giunto il tempo di riaprire quel cassetto.

 
27 Aprile 2011

peep

..ed è così che si cade nel dramma. Sei uno dei tanti, non il più bravo, nemmeno l'ultimo arrivato. Si assegnano le parti e maledici la tua imperfetta dizione. Non sei così fortunato da fare la muta comparsa, ma se ti va bene nasconderai la tua faccia dietro una maschera con il naso da cyrano, e non è poco. Vestiti di bianco, con piccole ali sulla schiena, aureole di plastica che rasentano la santità, e piercing sui capezzoli. Nessuno di noi è un vero angelo. Ma indossare corna dall'odore di zolfo e forcone non porta poi chissà quali vantaggi. E poi una domanda. Ma i diavoli hanno la coda..? Fondamentale per la buona riuscita del costume. E adesso troviamo una sistemazione tra le mete più ambite della volta celeste. La raccolta punti per la vita eterna è scaduta da tempo, e forse i sindacalisti celesti, o angeli custodi che siano, facevano meglio a darci i ticket restaurant da spendere sfacciatamente nei supermercati di periferia del sesso e del vizio. Ma io mi chiedo, a ragion veduta: scoparsi il prete ti avvicina a Dio..? Perdonate l'apparente blasfemia, ma siamo uomini e donne. Uomini e donne che devono necessariamente togliersi le maschere, e le mutande, per poter essere ciò che sono veramente. Nudi. E cos'è questo se non vero Amore..? Sarebbe più semplice se si trattasse di mera commedia. Sarebbe, sì, ma non lo è. Aristotele, Dio e la commedia non sono mai andati d'accordo, fin dai tempi de Il nome della rosa. Che cosa possiamo aspettarci oggi..? L'amore è così romantico ai tempi di facebook, ma è terribilmente precario visto dal vivo. Meglio buttare tutte le nostre forze in un mutuo per la prima casa, e che Dio benedica i piani per l'edilizia economica popolare. Questo è il nostro inferno. Il paradiso è perduto da sempre. Milton docet.

 
25 Aprile 2011

pericolo

..perché gli uomini hanno costruito le strade se prima non si sono preoccupati di spiegare ai cerbiatti di non attraversarle saltando d'improvviso da una corsia all'altra..? Kundera farebbe di questa frase la trama di un libro, e forse anche la copertia. Lui. Io invece ne faccio un passatempo in una notte che somiglia ad un pomeriggio in spiaggia con il cielo nuvoloso ed il mare agitato. La variante al piano urbanistico mi permetterà di costruire l'ennesimo castello di sabbia vicino la riva. Pausa colazione: cornetti fatti in casa con la sfoglia e ripieni di cioccolato al forno e marmellata di mele cotogne. Dicono che siano più aspre delle mele verdi, ma ovviamente non ci credo. Niente è più aspro di una gustosa mela verde. Il sole va via, in spiaggia fa freddo, ed io mi infilo sotto le coperte. Ma non sono nel mio letto, ho ancora le scarpe ai piedi, e desidero soltanto capire se quelle luci nella tua nuova casa sono davvero il preambolo di una nuova vita, in cui io non compaio più nella tua rubrica telefonica. Avvolgo il nastro, comprese le immagini, e mi fermo ad una sera di non troppi giorni fa, in una traversa di via dei calzaiuoli a Firenze. Tu che parli della prematura morte di tuo padre, ed io che non ascolto per cogliere il momento in cui i tuoi occhi inizieranno a piangere. Ma non succede niente. Meglio così. Tornando ai cerbiatti, no, non ho investito nessun bambi, o suo simile. Adesso però è ora di dormire. Quanto vorrei avere un gatto per giocare ad un due tre stella.

 
14 Dicembre 2010

Cuentame

..ci sono le streghe buone, e ci sono le streghe cattive. La differenza è tutta nel nome. Una strega buona si fa chiamare Bruja, una strega cattiva invece ha sempre il tuo nome preferito. La Bruja, che prima non era altro che un bruco mai diventato farfalla, arrivava vestita di nero di ritorno dal suo viaggio in Spagna, priva della sua scopa da viaggio, e con un pentolone pieno di maldestri incantesimi. La strega cattiva, che per quell'occasione aveva scelto il nome di un fiore, era anch'essa vestita di nero, en pandan con i suoi capelli ed i suoi occhi: bellissima, e parlava francese. In passato era stata un'amante ed un'attrice di teatro. Proprio lì sul palcoscenico aveva imparato ad essere una strega cattiva: stava leggendo un copione, ed al momento di recitare una formula magica, questa si rivelò un vero incantesimo che la trasformò in strega cattiva. La Bruja, come abbiamo detto era un bruco, di quelli che si trovano ad esempio nelle storie per bambini, un bruco verde e giallo con grandi occhi, che organizzava comitati studenteschi e riunioni clandestine nella sua stanza per occupare i licei, quando ancora aveva un senso occuparli. Della strega cattiva con il nome del fiore non ci è dato di sapere cosa facesse in età da studentessa sovversiva. Sappiamo solo che era brava, molto brava nello scrivere racconti. Una strega, buona o cattiva che sia, sa sempre scrivere molto bene: ciò è necessario per formulare incantesimi sempre nuovi, e per far innamorare di sé i malcapitati avventori. Le due streghe, Bruja e Margherita, questo era il nome del fiore che aveva scelto, non sapevano della loro reciproca esistenza in quel momento nella stessa identica città, e nemmeno se ne sarebbero mai accorte se un giorno alla strega buona non gli fosse capitato di entrare in quella strana ed accattivante libreria che si chiamava "dis-moi". Margherita lavorava proprio lì, sotto copertura, in quanto doveva mantenere sempre un certo riserbo sulla sua vera identità, anche se ogni tanto, quando le capitava di dover fare le pulizie nella libreria, non riusciva a trattenere la tentazione di danzare con la sua scopa: oltre ad essere una bravissima attrice di teatro, era anche una raffinata ballerina di tango. La Bruja, visto il suo passato da attivista e leader dei movimenti, non aveva un minimo di grazia, ma puntava tutto sul suo aspetto da intellettuale sessantottina, con delle infiltrazioni di rivendicazioni femministe, ma allo stesso tempo sensuali e provocanti. Fu guerra al primo sguardo.

 
08 Dicembre 2010

Giardino zen

..non posso fare meditazione perché devo contenere la mia sensibilità, e poi ho troppa paura di diventare vegetariano. Certo, potrei sempre farmi coccolare dalle goccioline, ma poi in fondo, credo di aver trovato un giusto equilibrio nella mia testa. Combattere la sensibilità è un'attività che a volte ti corrode. Ti fa indossare maschere che nemmeno credevi di avere, dimenticandoti persino di come è fatta la tua faccia, come se importasse qualcosa. Mai cedere, mai lasciare spazio all'emotività. La maschera deve essere ben modellata, deve far paura. Poi, una volta messo da parte il senso di smarrimento, ed imparato il copione a memoria, ecco che si può passare alla fase successiva: il giardino zen. Granito come gemme di grano, come trifogli su cui camminare, come onde dell'oceano da disegnare, come schiuma che si infrange sulle rocce, come acqua nella quale scivolare, come sabbia sulla quale disegnare, come rotte misericordiose da seguire. E poi pietre, pietre come montagne, pietre come donne, pietre come ostacoli, pietre come pietre e nient'altro che pietre. Una piccola giada per il passato. Ed un rastrello di legno come se fosse pennello e bacchetta magica di un mondo fatto di quattro lati color mogano. Pieno e vuoto, natura ed essere umano. E mille altri significati ancora da attribuire. Insomma, tutto fuorché un giardino si direbbe. Già. E' proprio così difficile ricominciare. Quando avrò anche il mio bonsai, magari anche il giardino sembrerà un po' più verde..

 
05 Dicembre 2010

Amor fou

..si era da poco gettato sul letto. Il sole non aveva intenzione di calare il sipario, ma ogni tanto bisognava giocare d'anticipo. I teli delle impalcature sostituivano le tende, ed il passaggio degli operai dietro la finestra gli ricordava il teatro delle ombre con cui giocava da bambino. Marionette di carta che un giorno non diverso dagli altri finirono per alimentare il fuoco del camino di casa sua. Non aveva mai fatto freddo come quel giorno, ed il fuoco esigeva un sacrificio. Trovava del fascino nello svegliarsi la mattina presto, quando fuori la brina colorava tutto di un bianco opaco, ed i fili d'erba diventavano così pesanti da non sussultare più al soffio del vento. Quella storia dei fili d'erba se la portava dietro da quando un fiume l'aveva condotto in uno strano porticciolo con un faro bianco. Non credeva che i fari potessero sorvegliare anche i fiumi. Era sempre su quello stesso letto, con il solito testardo sole nascosto dietro i teli sporchi di polvere, e continuava a ripetere nella sua mente le parole di una canzone "je ne suis pas ce que je suis", quasi come un'ossessione. Era certo che prima o poi quelle parole l'avrebbero fatto impazzire, ammesso che non fosse già matto, di quei matti ignari di tutto, che vivono in un mondo ovattato fatto su misura dagli altri, in modo da farlo stare tranquillo, e lasciarlo affogare lentamente nella propria stessa follia. Le marionette continuavano a passare dietro il sipario del suo nuovo teatro di ombre in modo sempre più frenetico, come se si stessero preparando ad andare in scena. Una rivisitazione del Gattopardo sarebbe stata certo molto apprezzata da quella platea che si nascondeva di sicuro dietro il telo bianco, perché la decadenza di un potere infiamma gli animi del popolo. Ma come disciplinare quelle rozze figure confuse in pochi minuti prima dello spettacolo..? Sentiva ormai i brusii provenire dal pubblico, e presto sarebbero arrivati anche i fischi se non avesse subito fatto qualcosa. Il fuoco ci mise poco ad avvolgere l'intero stabile: il telo e le impalcature di legno sprigionavano fumo nero intenso, che in poco tempo presero il posto dell'ossigeno. Sto respirando qualcosa di colorato, pensò, mentre da fuori gli applausi della folla impazzita ed estasiata da quello spettacolo facevano ardere il suo ego, e le marionette si preparavano ai saluti, lasciandolo morire nelle fiamme della sua regia.

 
25 Novembre 2010

cena al buio

..e scocca la mezzanotte, senza lancette che si sovrappongono, e senza suoni di campane. E' mezzanotte nella mia testa, e resterà tale per l'intera notte. Una vita a metà, come le strade che sempre percorro. La vista dei traguardi mi mette ansia. Tornare indietro sui miei passi ogni volta rende confuse anche le mie stesse orme. Da queste parti l'Orme è il nome di un fiume. Meglio chiamarlo ruscello, di quelli che d'estate ci puoi andare a letto insieme, e che di inverno quasi ti uccidono per non affogare nella pioggia. E' sempre mezzanotte, anche se passano i minuti e le parole al telefono, le scritte sui muri, ed i messaggi sulle dita della mano. Il mio problema per stasera è come sigillare una bottiglia con la ceralacca rossa. Poi una volta fatto, deciderò cosa metterci dentro. Un disegno, della sabbia, o semplicemente l'aria buttata fuori dalla mia bocca, magari sussurrando una parola. Un po' come racchiudere un segreto. A proposito di segreti, non ricordo nemmeno più se poi gliel'ho confessato. Uno di mille segreti, che spesso rivelano volti inimmaginabili dietro maschere che non sembrano maschere. Poche righe anche questa sera, giusto per sciogliere la mano, ed riprendere a mettere in fila parole su parole su parole su parole, ed ogni tanto qualche pensiero. Che ora si è fatta..? Siamo a metà di questa notte. La prossima sarò felice di accettare il tuo invito con titubanza.

 
22 Novembre 2010

titolo

..e succede di non saper più scrivere, di non saper più raccontare, di non avere nemmeno una storia in serbo per i più piccoli. Già, succede anche questo. Passa il tempo, nemmeno te ne accorgi, le solite frasi dette, i soliti stereotipi, e poi ci si immagina già grandi (come se non lo fossimo adesso), già vecchi, con quel film che ti ricorda che non è un paese, questo, fatto per noi. Insomma, è tutto un po' così, ma ci si sta comunque dentro. E per i piccoli, bastano le immagini.

..potrei parlare di lei. Di lei che.. passano i mesi, gli anni, i silenzi.. di lei che scrive poesie, e che prima non l'aveva mai fatto. Come se dalle sue ferite, invece che sgorgare sangue, uscissero solo parole. Ed ogni giorno una storia nuova, fatta di immagini senza rima e di pensieri affilati come lame, che tagliano solo chi in quei posti c'è stato per davvero. Un tempo percorrevamo quelle strade mano nella mano. La mia mano adesso accompagna soltanto la nostalgia.

..e mi ricordo che amava camminare sopra quei binari, lasciando che la paura venisse spaventata dai fantasmi dei treni che ormai si erano stancati di rimanere rinchiusi tra due linee. Di tanto in tanto si specchiava nelle rocce, senza più distinguere se l'ombra che aveva di fronte a sé era quella del suo volto oppure se lei stessa era diventata un'ombra, di quelle che quando svanisce il sole diventa un tutt'uno con il buio. Era forse per questo motivo che amava vestirsi con i più svariati colori.

..vivo in una casa buia, con le finestre chiuse, con una porta senza spioncino, balconi neanche a parlarne. La luce è sempre spenta, e nemmeno ricordo dove sono gli interruttori. Le candele c'erano, erano tante e profumate, ma adesso sono solo consumate, ed in mezzo ai libri trovo spesso splendide colate di cera sciolta. Mi ricordano l'infanzia e certi quadri senza firma. L'unica cosa che non manca è il fuoco. Già, proprio così, il fuoco. Ma è spento anche quello. Se avessi avuto un camino, ci sarebbe stata una bella scia di fumo fuori dalla canna fumaria, ma invece quello che resta è solo cenere. Nera cenere, come le tende di queste stanze. Stop.

 
18 Luglio 2010

piccolo racconto per p.

..era solo un puntino bianco che volava tra le onde agitate. Non capiva se aveva deciso da sola di morire, o se era stata la fatale attrazione del mare a spingerla in quella trappola. Quella farfalla bianca stava volando verso il largo a grandi battiti di ali, inconsapevole di trovare soltanto acqua salata sulla sua strada, e di non potersi più riposare se non annegando. Lei la guardava dalla spiaggia tendendosi il grande cappello di paglia con le mani. Quel giorno c'era un gran vento. Lungo la linea che separa l'azzurro del cielo dal blu cobalto del mare, la temeraria farfalla incontrò una miriade di puntini bianchi, farfalle bianche come lei, mascherate da schiuma di onde. Doveva essere davvero stanca quando si gettò verso di loro in cerca di aiuto. Il suo ultimo battito di ali coincise con lo sbattere delle palpebre dell'unica persona che si era accorta della sua piccola esistenza, e che da lontano ne seguiva la scia. Si tolse il grande cappello, e si stese sulla sabbia chiudendo gli occhi. D'improvviso il mare si calmò. Nessuno più adesso agitava le sue onde. Né i suoi occhi, né quelle ali.

 
29 Giugno 2010

Stradivari

..le persone mi amano perché sono bravo, molto bravo nel mentire. So mentire, e so cucinare. Volevo vederti per mostrarti le mie tre nuove cicatrici. Credo mi donino. E poi così colorate. Le proiezioni, mi parlavi delle proiezioni l'ultima volta. Le proiezioni nei miei sogni che parlano di te. Magari dovrei solo guardarmi un po' meno allo specchio, e non avere paura di incontrarti per strada mentre accompagni i tuoi.. com'è che li chiami..? ah già, i mostri.. Mangiamo insieme stasera..?

..puoi chiedere a quella formica di scendere dal mio braccio..? non vorrei che si facesse male, sai, mi muovo sempre in modo maldestro quando cerco di addormentarmi in un prato. Che poi è buffo perché in un qualsiasi letto finisco sempre per fare l'amore, o con me stesso, o con chi mi sta accanto. Chiunque esso sia. E qui è tutto così normale. Peccato non poter essere nudi mentre ci uccidiamo.

..contrariamente alle mie promesse questa notte ho dimenticato il tuo nome. Non l'ho voluto pronunciare per attenuare le ferite dei dilanianti sensi di colpa. E sono sempre e soltanto parole. Parole scritte, parole vibrate di saliva e labbra. Non mi hai voluto a casa tua, ed è stata la scelta più giusta, quella da cui io mi ostino a fuggire. Chissà se un giorno capirò cosa significa stare di fronte ad un altare, e mentire dinnanzi a dio.

..e se stessi cercando di nascondere la cattiveria..?
..raccontami quella storia della pietà, così avrò il tempo per salvarmi.

 
28 Febbraio 2010

dal diario di J.

Londra mi ha masticato, senza gustarmi, e poi mi ha sputato via, gettandomi per strada come un preservativo usato. Ci ho messo mesi per rinascere. Alla fine ho capito che il problema era nel mio nome, che dovevo liberarmene. E così è stato. Ho invertito le lettere per dar vita ad un nuovo personaggio del tutto diverso da quella che ero io, con il drammatico tentativo di innamorarmene. A tanto arrivava la mia disperazione. Ma cambiare un nome non basta mai. Mai. E così, dopo aver capito cosa davvero ero diventata, ho passato gli anni a scontrarmi con la coerenza, ed ho avvertito spesso il sospetto di un gretto immobilismo nascosto in tutta quella determinazione. Curioso paradosso quello di riconoscere negli altri gli stessi propri errori. Io lo sono stata entrambi: coerente ed immobile. Ma le contraddizioni sono necessarie come il respiro, e forse è proprio per questo che a volte ho ancora la sensazione di affogare, con quella roba che mi scivola addosso: è la mia pelle quella che soffoca, e che mi ricorda di essere viva, il mio cuore è già morto da un pezzo. E poi c'erano quei piccoli giochetti che mi rendevano unica, che mi ricordavano esattamente gli enigmi matematici di scuola, proprio quelli che mi facevano splendere di fronte agli altri, come una sorta di magia, incomprensibile e dannatamente misteriosa. Io, la sola ad avere la chiave di quel mondo, la sola in grado di distruggerlo. Ecco come intrattenevo la noia. Ho sempre pensato che la magia, quella vera, fosse l'unica cosa in grado di salvarmi. Ma gli incantesimi hanno bisogno di luoghi diversi dalla strada per poter funzionare. La strada è troppo reale per poter essere ingannata. Mi è capitato di cambiare decine di altri nomi per sfuggire ogni volta dalla persona che ero stata prima, e proprio come ogni volta mi sentivo più meschina, infida, ed avida nel guadagnarmi quel tanto atteso posto all'inferno. Il mio posto, l'unico recante la scritta del mio vero nome. Un motivo di vanto dopo tutto. Ricordo poi che il mio bisogno di armonia era predominante anche di fronte a tutto questo schifo. E ancora oggi, anzi, ancora adesso, in questo preciso momento, lontano da tutti, posso giurare su questa mia stessa vita, che ci sono uomini, o meglio esseri umani, ancora desiderosi di prendersi cura di me, addirittura di ringraziarmi per aver dato loro momenti di vita che mai avrebbero nemmeno immaginato. E pensano che io sia felice. Ecco, questa è la cosa che mi da più fastidio. Felice di cosa poi..? Quanti inganni in questa bocca, quante bugie in questi occhi. E questa la chiamano felicità..? Possibile che siano così ciechi da vedermi ancora bella..? Un tempo lo ero, è vero. Bellissima come una donna. Adesso, in questa notte metropolitana, priva di qualsiasi identià, l'unica cosa che vedo è una puttana in ginocchio che aspetta di tornare tra quelle stesse fauci, per essere davvero assaporata, ed infine ingoiata.

 
16 Febbraio 2010

Aaron

..le ombre nel buio erano immobili, proprio come le aveva lasciate nel momento in cui aveva spento la luce viola. I suoi occhi si erano aperti nel cuore della notte, ed avevano iniziato ad osservare. Le devo un segreto, stava pensando. Che avesse dormito oppure no, non faceva alcuna differenza: quel pensiero era diventato la sua priorità. Dubitò che la notte avesse un cuore, e data ancora un'ultima occhiata alle ombre, chiuse gli occhi ed iniziò a contare. Era l'unico modo che conosceva per addormentarsi e per non permettere alla sua mente di pensare: i numeri improvvisamente svanivano per lasciare spazio ad uno sfondo scuro in cui prendevano forma i personaggi dei suoi sogni. Ed arrivò la mattina, che insieme alla luce aveva portato anche la pioggia. Il vetro della finestra era pieno di gocce d'acqua che lentamente si gonfiavano per poi cedere alla gravità pesante, scivolosa e trasparente che le trascinava giù verso il fondo. Era sempre il tempo delle metafore. Mise la testa fuori dalla finestra e si scattò una foto attraverso il vetro bagnato. Sembrava quasi che stesse piangendo. Dei sogni fatti durante la notte non ricordava che qualche stralcio, immagini confuse, e non era del tutto sicuro che si trattasse di sogni. Niente di diverso dai soliti risvegli. La sintesi di quella notte stava tutta nelle nuove parole che si ripetevano nella sua mente: chissà come farà l'amore. Loop. I suoi segreti trasformati in domande. Il suo debito era stato saldato. Aveva dormito con gli stessi vestiti indossati il giorno prima, e se ne accorse solo nel momento in cui vide il pavimento della stanza del tutto libero. Controllò che ogni oggetto avesse la sua rispettiva ombra, chiuse la porta, ed uscì di casa.

"..here I'm allowed,
everything all of the time.."

 
10 Gennaio 2010

Luna

..le macchie bagnate controluce svanivano a poco a poco, partendo dai bordi, per diventare sempre più piccole con il soffio del vento freddo che entrava dalla finestra, e lei se ne stava sdraiata sul pavimento ad osservare quel lento svanire, fino a quando le mattonelle non ritornavano completamente asciutte, e tutto diventava nuovamente normale. Sua mamma aveva appena finito di lavare il pavimento della sua camera, e lei era soltanto una bambina che giocava con ciò che le succedeva intorno, e che intanto osservava con cura tutti i particolari per diventare da grande, anche lei, una brava mamma. Il momento che preferiva era quando la aiutava in cucina, riempiendo pesantissime pentole di acqua e gettando enormi manciate di sale dalle sue mani sempre troppo piccole. Un giorno anche quelle sarebbero diventate grandi e forti, e ci sarebbe stato sicuramente un anello per ogni dito, questo era sicuro. Nel frattempo ne aveva già tre, messi da parte in una scatola da scarpe che custodiva gelosamente e in gran segreto sotto il suo letto. Splendidi gioielli di carta colorata e addirittura un preziosissimo anellino di plastica con un piccolo cuore blu che luccicava. Sua mamma non portava mai gioielli, né tantomeno anelli, ma li teneva tutti ben protetti in un piccolo scrigno nella sua camera, e di tanto in tanto lei, la bambina, entrava lì per toccarli e tenerli tra le mani, ma mai per indossarli. Il suo preferito era un anello di oro bianco dalla forma di due delfini che si incrociavano. Aveva anche dato un nome a quei due delfini, cosa che le riusciva abbastanza facile, poiché tutto in quella casa e nella sua vita aveva un nome che lei aveva opportunamente scelto. E stava proprio pensando a quei delfini, quando sua mamma la chiamò nell'altra stanza, quella in cui mangiavano. Anche lì le macchie bagnate sul pavimento stavano prendendo forma sotto la scia del panno che scorreva sulle mattonelle, ma stavolta era diverso: c'erano linee e curve per terra, quasi come un incomprensibile disegno. Sua mamma, che conosceva ogni suo segreto, compreso quello della scatola sotto il letto, le aveva scritto per terra il suo nome, con grandi lettere bagnate visibili solo controluce. Luna, che non conosceva una sola lettera, si stese per terra, e senza saperlo osservò per la prima volta il suo nome svanire in pochi minuti sotto l'inesorabile soffio del vento che tutto cancellava. Per diventare una brava mamma, pensò, avrebbe dovuto imparare a scrivere tutti i nomi del mondo. Niente di più difficile. Una volta finito di asciugare per terra si alzò dal pavimento e corse sotto al suo letto per mettersi tutti gli anelli che aveva. Ne mancavano ancora sette.

 
06 Gennaio 2010

accenti inusuali

..no, non voglio che tu legga quelle cose. E' il mio particolare modo di proteggerti, di prendermi cura di te. Ed è l'unico che conosco. Ci sono parole che non potresti capire, che potresti fraintendere. E' così facile farsi del male delle volte, e la tua trasparenza mi mostra tutta la fragilità. Non pensavo esistessero ancora donne ed uomini innocenti, ed è questa innocenza che io devo conservare, chiudendo per sempre le pagine dei libri, e lasciando senza voce i miei pensieri. E quando l'altra notte ti ho confessato le mie ragioni, lo sapevo che non avresti detto niente, che avresti solo sorriso, perché era proprio di quel sorriso che avevo bisogno. Ingrato compito di chi sa ascoltare. E mentre giri per casa con il timore che ritornino quelle sensazioni, muovendoti con la frenesia di chi ha poco tempo per poter agire e fuggire, ti ricordi di un nastro messo da parte, che una volta era legato alla tua mano, e che adesso è lì, che attende solo di essere nuovamente afferrato. Ci sono destini da seguire che a volte si mostrano agli occhi come nodi da sciogliere oppure come morbidi nastri colorati da tenere tra le dita. Ed io non so tante altre cose, se non questa. E adesso che riesco a parlare, perché la distrazione mi impedisce di filtrare i miei pensieri, ti dico che tutto è andato bruciato, e per anni ne ho respirato la cenere, fino al punto da piangere lacrime nere che disegnavano strane linee sul mio volto. Il mio volto, quello che non hai mai visto veramente, e che io adesso, a stento riconosco. Non ho paura, ma delle volte mi chiedo cosa scorra nelle mie vene, perché qui, in questo corpo, tutto ha cambiato colore e forma. Una lenta e tormentata deriva. E adesso, congiungendo le mani come mi è stato insegnato da bambino, posso solo dire: che Dio, se esiste, abbia pietà della mia anima, in questo preciso momento, in cui mi guardo nel riflesso di quest'acqua, e mi accorgo di avere dietro di me ali nere che non mi faranno mai volare, ma soltanto precipitare. Io ho sempre saputo tutto, e questa è la mia felicità.

 
02 Gennaio 2010

tabula rasa

..e girava per casa con il suo bicchiere di rum nella mano, parlando ad alta voce di sé stesso, e solo perché nessuno era in grado di ascoltarlo. Conosceva perfettamente il percorso, così che seppur nel buio, niente riusciva ad intralciare il suo cammino. Avanti e indietro per la casa deserta. L'eclissi di luna di quella notte era appena iniziata, per cui la piccola fiamma nella lanterna di vetro accanto al letto sentiva il peso della responsabilità di essere l'unica fonte luminosa di quel momento, e per questo si dimenava con particolare ardore. Le sue frasi, inizialmente ben costruite e sensate, iniziarono, con l'aiuto del rum, a divenire sconnesse e deliranti. Ma questo importava poco, poiché l'insensato di dimostrava ben più adatto nella ricerca delle parole di cui aveva bisogno per raccontare di sé stesso. Un monologo di un folle. Una volta terminato l'ultimo sorso, si diresse verso il letto leggermente illuminato dalla fiamma che continuava a bruciare, e senza particolare leggiadria si gettò su di esso come se fosse un corpo esanime, non prima di aver scaraventato il bicchiere verso il muro. Intatti entrambi, bicchiere e muro. Ci mise qualche minuto per capire di trovarsi in posizione orizzontale, steso su un letto di fronte ad una lanterna accesa. Quella era la sua casa, ma ne aveva cambiate talmente tante che qualche volta la confusione prendeva il sopravvento, soprattutto quando si svegliava, così da non fargli capire bene dove esattamente si trovasse. I festeggiamenti all'esterno erano appena iniziati, voci e fuochi fatti esplodere nel cielo e per le strade che quasi disorientavano il terribile mal di testa. Si mise le mani nelle tasche e da una di esse tirò fuori un piccolo pezzetto di carta più volte ripiegato. Lo aprì e lo mise accanto alla lanterna. La luce della fiamma rifletteva sul bianco lucido della carta accecando per un attimo gli occhi di quell'essere simile ad un uomo disteso sul letto, che nonostante tutto continuava a fissarla, quasi in segno di sfida. Dopo qualche instante ed un vetro quasi rotto per via di un'esplosione un po' più forte sulla strada, del tutto esausto, lesse ad alta voce ciò che c'era scritto. Gerard Lafevre. Quello era il suo nome, insieme a tutte le informazioni che riguardavano la sua nascita. Con la mano sinistra un po' tremolante aprì il piccolo sportello della lanterna di verto. La fiamma non sapeva se sentirsi minacciata oppure elogiata per tutta quella luce che stava liberando. Era davvero l'unica, e nel giro di qualche minuto si divorò la carta e l'inchiostro che gli erano stati offerti. Chiuse gli occhi e con un piccolo soffio spense la fiamma, cadendo in un sonno letargico. Da quel giorno non avrebbe più avuto un passato, né un nome. L'incendio nella casa, intanto, iniziava lentamente ad avvolgere il legno e la polvere che si trovavano lì intorno. La fiamma non si era lasciata scappare quell'opportunità di fuggire dalla sua gabbia di vetro e mostrare al mondo cosa fosse in grado di fare. In fondo era l'unica luce di quella notte.

"..siccome sanno quello che fanno,
non li perdono,
non li perdonerò,
buon anno ragazzi.."

 
22 Dicembre 2009

D.D.

..erano spesso dialoghi sconclusionati, che terminavano sempre con un silenzio ovattato. E si tenevano per mano dopo qualsiasi cosa, anche dopo la pioggia. Complicata-mente diversi da tutto ciò che assecondava le aspettative, quei due scivolavano davanti agli occhi come la scena al rallentatore di un film con una splendida colonna sonora. Ma bisogna sempre rispettare le parti, anche durante le improvvisazioni, altrimenti le note sulle scale diventano troppo distanti da percorrere. E quindi accadeva non di rado che qualcosa si intromettesse in quel piccolo anfratto di mondo composto da due soli esseri umani, come una parola straniera pronunciata male, ma da due labbra talmente seducenti da perdonargli qualsiasi cosa. Ed un giorno che non si tenevano per mano ecco che il mondo intero iniziò a parlare una lingua diversa da tutte quelle che avevano sentito fino ad allora. Lui era appena scappato da una festa in casa sua, rifugiandosi sul letto nella stanza buia che nessuno era ancora riuscito a profanare. Scappare dalle situzioni affollate e divertenti era la sua specialità. I suoni e le voci apparivano ingannevolmente lontani, ma un muro di una parete gli era più che sufficiente per diventare irraggiungibile. Si sentì al sicuro, invisibile, e si accese una sigaretta. Lei era poco distante da lì, allo stesso modo irraggiungibile, ma non certo invisibile, protetta da una strada con cipressi, e poi da un cancello in ferro battuto, e ancora da un giardino curatissimo e da un gatto rosso, prima di arrivare a quella che era la porta blindata della sua dimora. Stava ricamando il nome della bambina da poco arrivata della sua vecchia compagna di banco sul bavaglino che le aveva regalato. C'era scritto Marlene. Appena nata aveva iniziato a piangere con un lieve indistinguibile accento francese, e quel nome non era stato altro che una dovuta conseguenza. Aveva da poco finito di ricamare il nome, e di bere la sua amarissima tisana, unico modo per riuscire a dormire tranquillamente in quelle notti agitate dal vento. A pochi minuti da lì, in una stanza buia, su un letto buio, una piccola lucina rossa di cenere di tabacco ardente, era l'unico modo per vedere il respiro di un ragazzo altrettanto buio, che cercava nei suoi pensieri l'unico modo per sfuggire alle paure delle situazioni che quotidianamente affrontava. Il ritratto di un paranoide. Lei si immaginò quel respiro, dopodiché, messa ogni cosa al suo posto, si infilò pigramente nel letto cercando sotto le coperte l'anfratto più adatto ad ospitare il suo corpo. Aveva da poco smesso di piovere, ed anche quella notte non c'era stata alcuna parola, né le loro mani si erano sfiorate. Il silenzio ovattato dei dialoghi si era trasformato in soffice, muta e gelida neve bianca. La sigaretta si era ormai spenta, e lui, guardando fuori dalla finestra, continuava a pensare che gli eschimesi hanno ben nove modi differenti per chiamare la neve in base al suo stato. Ad un tratto capì che quello che stava guardando non aveva modo di essere descritto, e che le sue amate parole in realtà non gli sarebbero mai bastate. Mandò a letto le sue visioni, accompagnandole una per una al rispettivo posto, e tornò di là tra gli altri appena in tempo per il dolce.

"..e non so come ma,
arriverò puntuale.."

 
13 Dicembre 2009

trasposizione

..e se si chiudeva nel bagno a piangere in ginocchio era perché non sapeva affrontare i suoi problemi adolescenziali. Voleva solo essere un buon padre. O un buon fratello, un buon amico, un buon figlio. Insomma, qualcuno per cui essere orgoglioso. Ma un motivo per vergognarsi di sé stessi lo si trova sempre, anche con gli occhi chiusi, e non importa quanti anni hai, puoi essere un vecchio o un bambino, puoi essere qualsiasi cosa, ma quella sensazione la proverai sempre. E quindi eccolo lì, per terra, su un pavimento di un colore che non riconsceva più, su linee scavate che si chiamano fughe, ma che in realtà non portano proprio da nessuna parte. In fondo sapeva recitare bene solo nei ruoli che gli si addicevano. Negli altri aveva sempre fallito. E lei invece credeva a tante cose, perfino a quegli stessi identici problemi adoloescenziali. Credeva che detestandolo, rendendolo repellente, maledicendolo, lui potesse uscire dalla propria gabbia. E poi cosa sarebbe successo..? Chi ci avrebbe pensato a lui..? Davvero poteva credere che sarebbe stato così facile cambiarlo..? Eppure a tutti piaceva vedere quello strano inquieto animale in gabbia. Già. Un animale, un fenomeno da baraccone, un buffo pagliaccio da schernire. Ma lui non era più un foglio bianco da riempire, né pasta da modellare a proprio piacimento. E dietro barriere di innocua stabilità sapeva anche ardere e ruggire. Detestava ogni forma di vittimismo, ed il fatto che si trovasse per terra in lacrime, non era certo per impietosire qualcuno. Il suo volto maltrattato tra le mani non gli impediva di continuare a piangere e pensare, convincendolo di non soffrire di alcuna forma di schizofrenia, nonostante quelle pillole. Sarebbe potuto diventare un buon padre, un buon amico, un buon fratello. Sì, può darsi, ma era sempre stato soltanto un ragazzo, e continuava ad essere solo quello. Per sé stesso e basta, e nessuno avrebbe dovuto più osare fare domande o cercare spiegazioni, perché da quel momento aveva smesso di darle, e alle parole non avrebbe reagito con altre parole o con il silenzio, ma avrebbe reagito con i sentimenti. Un passo decisamente da evitare. Di lì a poco si sarebbe rialzato, sarebbe tornato con gli altri come se niente fosse, ed avrebbe letto con sottile piacere della riapertura dopo diciotto anni della linea ferroviaria Belgrado Sarajevo.

"..andata con un uomo che canta,
torno a piedi da me."

 
08 Dicembre 2009

Sergei

..si chiudeva spesso nella sua stanza ad ascoltare musica francese e a parlare con i fantasmi. Passava le ore lì dentro, sdraiato sul letto, oppure seduto, quando le conversazioni erano particolarmente interessanti. Delle volte doveva anche abbassare il volume della musica, quando l'argomento diventava troppo serio, e delle altre doveva invece chiedere ai suoi evanescenti ospiti di abbassare il volume della voce, ma solo quando litigavano. Aveva da tempo smesso di fare domande, le sue erano solo osservazioni contorte, che si arrampicavano come piante di edera sulle pareti dei palazzi, vive, senza bisogno di qualcuno che le curasse. Aveva sempre voluto vivere in una casa ricoperta di edera, ma il suo appartamento era obbiettivamente fuori dalla portata di qualsiasi rampicante, o essere umano dotato di ali. In compenso aveva imparato a vivere lui stesso senza cure né attenzioni, proprio come quelle piante, e la cosa buffa, pensava, è che spesso le foglie di edera somigliano proprio a piccoli cuori. Si era da poco fatta l'ora di andare a letto, se ne era accorto dalle voci ormai stanche dei compagni di stanza, che a fatica riuscivano a concludere le frasi, e che nel giro di pochi secondi lo avevano lasciato solo, volando via per sparire tra i muri, sotto il letto e dentro l'armadio, urlando buonenotti da brivido, ed introducendo incubi e preghiere. Erano pur sempre fantasmi. Non li ascoltò, si infilò nel letto senza spogliarsi ed iniziò a sentirsi solo. La notte è fatta per sentirsi soli e per avere paura, pensava. Le sue mani, ancora piene dei graffi e dei tagli del giorno, gli facevano meno male delle parole frustate sulla sua pelle. Un giorno, sul suo corpo, ci sarebbero state soltanto cicatrici confuse come trame di racconti, e niente più sangue. I fantasmi lo sapevano, e per questo lo aspettavano tenendogli compagnia. Gli volevano bene. In fondo erano fantasmi.

"..è una notte senza luna
ubriaco canta amore alla fortuna.."

 
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